... pensieri sparsi
Title
Vai ai contenuti

“Allarga lo spazio della tua tenda”

blog elfe
Pubblicato da in Conferenze ·
Tags: migrantichiesa
Festa di s. Gregorio Barbarigo  Padova   18 giugno 2009     “Allarga lo spazio della tua tenda” (Isaia, 54,2)1    GLI IMMIGRATI OGGI E DOMANI appunti pastorali                                don  Elia Ferro    “La presenza notevole in città di immigrati è una grande sfida, che va affrontata con saggezza, lungimiranza, spirito solidale”: ricorda regolarmente il Vescovo e tutti lo possono verificare nelle vita quotidiana. E oggi la comunità cristiana nei suoi rapporti con queste nuove presenze tra noi si gioca la sua credibilità per le parole che pronuncia e per il comportamento che tiene. E’ una delle grandi provocazioni che incalza le comunità cristiane e la nostra chiesa diocesana; una provocazione in progress da affrontare con serenità, senza sensi di colpa e senza gesti pilateschi.     Il demografo ci ha ricordato che nel nostro mondo, e nella nostra Italia, ormai lo STRANIERO È NECESSARIO, si impone ormai anche tra noi con la forza dei fatti e condizione il nostro futuro. La sua necessità di migrare in un orizzonte più favorevole incontra e si sposa con la nostra attesa e bisogno economico, demografico, sociale. Questo fatto strutturale ormai, lo è anche culturalmente e religiosamente? c’è coscienza del fatto che gli stranieri stanno già gradualmente cambiando la struttura della nostra società e della Chiesa? E c’è, soprattutto, la lucidità di ammetterlo e la volontà di accompagnarlo?   Nella pastorale infatti siamo chiamati ad articolare il progetto di Dio con la vita quotidiana, a far evolvere la storia sacra oggi e in questa diocesi: appunto in questa “chiesa di Dio che è in Padova”. Non nella chiesa “dei padovani”, ma “di tutti coloro che la compongono, la abitano e vi vivono”. La nostra pastorale allora deve fare i conti con questa realtà sociale e “strutturale”.    Momento critico della complessità    La situazione attuale è già complessa perché la modernità ha mescolato le carte e  superato nel nostro ambiente la  “monocultura”. Gli immigrati si inseriscono in questo conteso in profondo cambiamento e ne provocano altri. Nello stesso tempo le loro presenze rivelano Padova a se stessa, con il suo passato e il suo futuro, con le sue grandezze e le sue paure e miserie, con la sua solidarietà e le sue insicurezze, con la sua fede e le sue perplessità.   In un momento storico di benessere, recentemente raggiunto e ben difeso,  si è portati al adagiarsi e ad ammirare i vincenti, i rampanti, gli emergenti, gli applauditi. E nella vita e nei mezzi di comunicazione i poveri, gli invisibili, gli svantaggiati, gli “atomi sulla bilancia”, i perdenti, i deboli vengano spesso trascurati. “Per diventare invisibile non c’è mezzo più sicuro che farsi                                              
1 Isaia (54, 1-4) Esulta, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori, perché più numerosi sono
i figli dell’abbandonata che i figli della maritata, dice il Signore. Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra e la tua discendenza possederà le nazioni,  popolerà le città un tempo deserte. Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza.    
povero” - recita una canzone spagnola: i poveri economicamente, ma anche gli “impoveriti” socialmente, gli emarginati culturalmente,  i confinati all’insignificanza. Il buon senso sembra aver ceduto il posto al senso comune, facilmente influenzabile e controllabile con i sondaggi…     Non è un momento facile per accogliere nuovi invitati ed allargare la tenda.   Le resistenze e le reticenze o il disagio ci sono e si avvertono a fior di pelle: chi ha lavorato tra e con i migranti non si meraviglia e sa bene che il tema delle migrazioni è un “nervo scoperto” e un  argomento delicato da affrontare… sempre e dappertutto.   Da una parte bisogna stimolare e promuovere l’apertura e l’accoglienza ma dall’altra non vanno sottovalutati il disagio e l’esacerbazione della popolazione nei riguardi degli immigrati, spesso amplificati eccessivamente e ad arte. Paure e xenofobia sembrano trovare ampio spazio e risonanza nei cuori e nel sentire della città e… anche delle comunità cristiane: giudizi severi e generalizzati sugli immigrati, barzellette e battute impietose, umori non limpidi, "pregiudizi e prevenzioni"  serpeggiano ovunque ed inquinano anche i nostri ambienti. In giro c’è aggressività ed ostilità crescente: è una mentalità si sta diffondendo? E per non creare incomprensioni o fratture, a volte, si preferisce… la discrezione e il silenzio?    Certamente l’allarme generalizzato come l’atteggiamento pilatesco dello stare alla finestra.   Nessuno intende mettere chissà quale aureola sulla testa dello straniero solo perché tale; né prendere a priori le sue difese, chiudendo gli occhi su situazioni scabrose. La difesa d’ufficio, l’ingenuità e il buonismo sono da evitare come la pignoleria, l’intransigenza o l’ostracismo perché portano a risultati simili: a non prenderle realmente sul serio questa realtà nuova e non programmata veramente; a non fare veramente i conti con persone numerose e… concittadine.     In moltissimi casi le persone immigrate diventano occasione di apertura e di generosità, di assistenza e di sostegno o… anche di curiosità folcloristica e di arricchimento. Tuttavia troppo spesso ci si ferma alle persone e alle necessità immediate.   Eppure gli stranieri sono diffusi nel territorio e formano delle vere e proprie comunità che vivono con noi e tra di loro. Ma sono al margine nel tessuto sociale, nel panorama culturale e nella partecipazione politica; rischiano di passare sempre… dopo, di diventare eterne seconde, se non secondarie, nelle preoccupazioni ed nelle priorità da perseguire.     La pastorale ci richiama a combattere gli stereotipi e le paure, ad essere buoni samaritani nel momento critico e ad essere accoglienti nell’emergenza ma anche ad essere lucidi e lungimiranti; ad essere sereni e buoni samaritani nell’emergenza ma anche… il giorno dopo, e… dopo ancora!   Attenti alle persone straniere e alle comunità ed efficienti ma anche previdenti per il futuro, ben distinguendo emergenza da stabilizzazione, accoglienza da sistemazione, politica dei flussi da quella dell’inserimento e dell’integrazione.     Ben sapendo ancora che conoscere alcuni immigrati non vuol dire conoscerli tutti e tutte le loro comunità ed essere al corrente tutte le loro problematiche.    Seguire gli immigrati è un compito complesso, delicato e previdente; richiede una certa dose di umiltà e una mentalità aperta. Per prendere il largo bisogna partire dalla pastorale d'accoglienza per puntare a quella di comunione ed arrivare a quella della missione insieme, Chiesa di Dio che
è in Padova. L’operatore pastorale riscopre anche in questo campo di essere diacono della comunione e della missione.     Momento favorevole    La vita sta già mescolando anche nel nostro territorio quanto storia e geografia hanno tenuto separato per secoli. Basta scorrere rapidamente i numeri della nostra diocesi per toccare con mano la novità degli immigrati, per vederne i numeri e la dislocazione territoriale.   In diocesi l'immigrazione è in rapida espansione numerica: è arrivata alle 88.968 presenza nel 2008 dalle 61.601 nel 2005. L’evoluzione è continua anche se impercettibile come nazionalità e religioni. A Padova-città, in dieci anni (1996-2005), gli immigrati sono passati da 4.679 a 18.263 presenze. Nel maggio del 2009 erano già 27.146, più numerosi degli anziani della città!  Il Comune con la percentuale più alta è Crespano 18,1% di… 854 abitanti; seguito da Quero con il 17,5% su 450; Alano con 17,4% su 511; S. Zenone dE con 16,1% su 1.178.    Stranieri?
BL 1.163
TV 3.538
VE 7.583
VI 16.099
PD 60.385
Totale 88.968 1.1.2008
 
 Le nazionalità presenti superano le 160: è il mondo in casa!  Con l’entrata in Europa di Romania e Bulgaria, gli “extra Unione Europea” (più corretto di extracomunitari) sono diminuiti di… 23.101 unità in un sol colpo! I Comunitari ormai sono il 27% (pari a 26.525) degli immigrati e gli altri europei dell’Est sono 23.314, Gli Africani 21.921, gli asiatici 11.436 e i latinoamericani 2.783.     Tutte persone diverse ma accomunate dal fatto di trovarsi in terra straniera, in un mondo culturalmente diverso, con un gran voglia in corpo di mettere a frutto la loro vita. In 24 ore i nuovi concittadini sono arrivati in un mondo culturalmente differente e, quindi, sono stati “analfabetizzati” dal viaggio. I più conservano il sogno del ritorno, alcuni invece pensano di rifarsi una vita all’estero. Ma la crisi attuale mette tutto in discussione.  Tutti comunque si sentono “fuori casa” e con un carico culturale ed esperienze personali importanti. Tutte persone: braccia ma anche uomini e donne.   
Nei fatti le culture immigrate, provocate a ri-esprimersi e a ri-pensarsi e quotidianamente messe a confronto con quella dei residenti, vivono in situazione di disuguaglianza, svantaggiate come sono dalla lontananza del luogo d’origine, dal ritmo della vita e del lavoro, dal fatto di essere alle prese con la sopravvivenza.   Sono sicuramente persone da aiutare e sostenere ma, soprattutto, da… conoscere!   Una popolazione numerosa, giovane, complessa e distribuita nel territorio a macchia di leopardo. Per questo non tutte le parrocchie sono coinvolte dal fenomeno con la stessa profondità. Finora le iniziative a loro riguardo hanno avuto come punto di gravità la città e la periferia: evidentemente le parrocchie cittadine sono state maggiormente sollecitate. In futuro si dovrà fare attenzione al decentramento in tutto il territorio diocesano.    Questa la realtà che sta modificando, impaurendo ed arricchendo le nostre città, che obbliga a ridisegnare il volto e il modo di vivere della chiesa perché “nella Chiesa nessuno è straniero e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo”. Tutto questo ha delle conseguenze anche nell’espressione della fede.  Deve maturare ancor più la consapevolezza di un capitolo nuovo, sostanzialmente inedito, con spazi finora sconosciuti di pastorale e di missione.  Ed è Kairos.      Provocati alla mobilità pastorale    Accennavo a non colpevolizzarci troppo e tutto perché la loro disseminazione nel territorio non è uniforme e perché, a ben guardare, lo STRANIERO NECESSARIO ha gia prodotto tra noi una serie notevole di cambiamenti e di rinnovamento.     La diocesi è andata oltre i buoni sentimenti elaborando idee e opere-segno.  Dal 1994  ad oggi la chiesa diocesana ha elaborato il suo pensiero: ricordo il documento del Consiglio Presbiterale  1994 (Nervo), i discorsi e i messaggi del Vescovo nel 2003, (Festa dell’incontro), nel 2007 (a proposito di Via Anelli), nel 2007 (Luogo di culto mussulmano) nel 2008 (Festa delle Genti).    Ma è nella pratica quotidiana che, a partire dal 1994, si vede il coinvolgimento di parrocchie e comunità religiose, di aggregazioni laicali e dei centri d’ascolto della Caritas diocesana, della Pastorale dei migranti, di quella cittadina e della Cooperazione tra le chiese, della Pastorale ecumenica e del Servizio diocesano per le relazioni cristiano-islamiche… fino alle Cucine popolari, il Progetto Myriam per donne in difficoltà, il Centro Mondo amico.     I centri d’ascolto Caritas hanno fatto miracoli, in particolare nei primi tempi, i tempi dell’emergenza generalizzata, e saranno ancora indispensabili: questa resta una frontiera per le situazioni di debolezza e di emarginazione tipiche di una popolazione fragile.   Di fatto le migrazioni hanno paracadutato tradizioni religiose diversissime dalle nostre: le stime per la Provincia di Padova dicono che i cattolici sono l’11% degli immigrati, gli ortodossi il 42%, gli altri cristiani 4% e i mussulmani il 29%. Hanno introdotto un discorso ecumenico e interreligioso “dal basso” e “della vita” che completa e si articola con l’ecumenismo classico, inteso come “chiavi di lettura”, cui eravamo abituati nelle nostre contrade.  Il dialogo ecumenico ha avuto un’accelerazione di relazioni e di iniziative. Le presenze africane ed asiatiche stanno imponendo un discorso interreligioso per il contatto con gli immigrati di fede mussulmana (Magreb), i buddisti (Sri Lanka, India, Pakistan…), le religioni tradizionali (Africa…).   
La missione, che ci ha visto coinvolti in Kenia, in Equador, in Brasile e in Thailandia, ora si completa con quella che siamo chiamati a svolgere sul nostro stesso territorio: la missione viene a noi e la cooperazione tra chiese assume una nuova sfaccettatura.  Il percorso catecumenale e l’annuncio cristiano sta facendo breccia nei cuori e nelle comunità: sono numerosi e maggioritari i candidati di altra madre lingua.   Nel campo della informazione in seno alla chiesa e di formazione dell’opinione pubblica va ricordato quanto diffuso dagli organi diocesani: La difesa del popolo, DiRadio e TeleChiara, oltre al sito internet (www.migrantes.diocesipadova.it/ e www.pastoralemigranti.diocesipadova.it/).     Ma anche la pastorale della salute, della cultura, della scuola e della famiglia come quella giovanile, catechistica e sociale… sono attente alle nuove presenze e si stanno attrezzando e sperimentando per includerle nel loro campo d’azione.  Le parrocchie stesse non possono più agire come se questa nuova popolazione non esistesse nel proprio territorio e tessono relazioni che domandano tempo e dialogo.  Le scuole materne e quelle elementari, dovendo mettere nel conto tanti stranieri, hanno dovuto… maturare con la situazione sia nei metodi che nei contenuti.     E non è finito! Si potrebbe continuare parlando di quanto fanno l’Azione Cattolica, i movimenti, il mondo sociale, civile ed amministrativo.   Sicuramente i nuovi arrivati non sono solo fedeli che riempiono… i banchi lasciati vuoti dalla diminuita frequenza dei nativi, ma sono nuovi fedeli che hanno il diritto di sentirsi a casa loro e di essere parte attiva della chiesa: “cattolica” per l’appunto.   Con qualche difficoltà e un po’ di coraggio perché è un cammino da inventare!    Molto è stato fatto per loro, con loro e, infine da loro.   Oggi solo gli immigrati stessi a promuovere azioni per le loro comunità. La diocesi infatti ha incoraggiato il formarsi di comunità etniche per aiutare a mantenere, nutrire e far crescere la fede in situazione immigrata. Nell’ultimo decennio alle comunità straniere di vecchia data, armena ed albanese, se ne sono aggiunte altre per i immigrati recenti. Per gli africani è stata costituita nel ‘97 la Missione Africana con cura d’anime, che dispone dal 2005 di un centro e due chiese per le celebrazioni domenicali. Si sono consolidate nel frattempo la comunità filippina (nata più vent’anni fa), romena romano-cattolica e quella di rito bizantino, quelle srilankese, ucraina, croata, polacca, latino-americana e brasiliana. Ultimamente ha visto la luce una piccola comunità cattolica cinese. Tutte hanno una chiesa a loro disposizione e sono guidate da un sacerdote connazionale (www.migrantes.diocesipadova.it). Sono comunità nuove che arricchiscono la nostra cattolicità e contribuiscono alla pastorale d’insieme e… in cammino.  L’ospitalità ha richiesto di offrire alle comunità ortodosse romena e moldava e agli anglicani luoghi di culto consoni. Per non parlare dell’ospitalità a celebrazioni, in grandi o piccoli gruppi, dei metodisti o degli evangelicali. Anche il dialogo con l’Islam sta progredendo con mussulmani di qui. S’è sviluppato un ecumenismo e un rapporto interreligioso della vita e popolare.    La chiesa e le istituzioni hanno lavorato spesso insieme sull’assistenza, sul sociale, sull’interculturale, sulla formazione, sull’opinione pubblica...  Forse più con i fatti che con parole gridate.     Dobbiamo essere riconoscenti del molto intrapreso e riprendere coscienza che molto resta ancora da fare. Ricordando la frase di don Milani che “per insegnare la matematica a Pierino  
bisogna conoscere bene la matematica ma anche Pierino!” ci accorgiamo che siamo interpellati sulla testimonianza da dare, sul messaggio da annunciare e sulle celebrazioni da fare ma anche… sul linguaggio, verbale o meno, da usare per raggiungere quanti si mettono in cammino di fede nella nostra chiesa.     Davvero “alla mobilità del mondo moderno deve corrispondere la mobilità pastorale della Chiesa”. Il Signore e la vita ci hanno messo insieme e in cammino e la pastorale da stanziale si fa viandante e in cammino.   Quella che ieri poteva essere una pastorale straordinaria, occasionale, per pochi  e del se mi avanza tempo, sta ora nei fatti diventando una pastorale ordinaria, specifica e per molti. Ormai accanto alla cura delle comunità parrocchiali si deve articolare la cura specifica delle comunità etniche.   Nell'incontro con altre culture e fedi c'è una sfida provvidenziale: la comunità cristiana tutta intera è provocata ad approfondire la propria fede, a ripensarsi come comunità e a proporsi come testimone in un corretto dialogo, nella convivenza positiva con altre culture, con altre fedi ed altre confessioni cristiane.    E’ l’inizio di un lungo cammino.       Accoglienza feconda    E’ utile a questo proposito richiamare un atteggiamento paradigmatico dell’accoglienza pastorale che troviamo negli Atti (Atti 9, 26-28): è’ l’accoglienza riservata dalla comunità di Gerusalemme al neo-convertito.     “(Saulo) 26venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. 27Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. 28Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore”.    Paolo scopre che la sua conversione e il nuovo rapporto con Cristo non può vivere senza la comunità dei discepoli e si reca da Pietro. E toccherà alla comunità cristiana di Gerusalemme accogliere ed abituarsi al nuovo arrivato.   In pratica la conversione e l’accoglienza di Paolo sono state il cambiamento della sua vita, ma anche il cambiamento della vita di tutta una comunità. Un’accoglienza reciproca e non senza difficoltà. La conversione dei comportamenti e della mentalità a volte è più difficile di un radicale cambiamento di vita.     Per aiutare i discepoli a passare dal timore alla fiducia, Barnaba avrà il ruolo chiave di  intermediario ed uomo ponte.     
L’accoglienza è delicata e sempre feconda ma richiede l’ospitalità della mente prima delle strutture perché “l’endogamia culturale può produrre una Shengen dello spirit”!  Gli immigrati sono persone da accogliere e conoscere più che… da aiutare!    L’accoglienza necessità di uomini ponte e di diaconi della comunione.     In pratica    Per la pastorale rimangono aperti molti interrogativi:   • come aiutare i nuovi venuti a inserirsi armoniosamente nel tessuto socio-culturale?   • come superare il concetto di ospiti stranieri o di lavoratori ospiti?   • come prepararli e prepararsi al dialogo interculturale e inter-religioso?   • come sensibilizzare tutta la chiesa alla fraternità, alla cattolicità e all'annuncio?   • come sostenere i cristiani immigrati nella loro fede?   • come risolvere i nodi dell'inter-comunione posti dalla pratica?   • come favorire la loro partecipazione di persone e di comunità, ad una pastorale d’insieme? quali figure-ponte scegliere?    Alcune idee sono da condividere, diffondere e far diventare patrimonio comune:    • Viviamo un benessere faticosamente conquistato e diffuso ma troppo… difeso.  • Non è eticamente possibile pensare di regolare i movimenti migratori solo sui bisogni demografici ed economici dei paesi ricchi.   • Gli immigrati sono persone e comunità da conoscere e… da aiutare.   • Le "vie brevi" dell'integrazione accelerata o dell’allontanamento forzato portano a scelte antiumane, antisociali ed, anche, antieconomiche.  • La sfida attuale è la convivenza armoniosa, l’unire senza confondere e il distinguere senza separare.       

Le linee di azione per una comunità cristiana  La coraggiosa testimonianza di un Dio che non fa distinzione di persone, difendendo attivamente la dignità degli stranieri, accompagnandoli nelle difficoltà e promovendo la giustizia nei loro confronti.    Il dialogo resta un dovere che scaturisce dai diritti umani e dalla nostra stessa fede: ed è strumento decisivo per una serena convivenza civile e interreligiosa.     I cristiani devono essere pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che li abita e non possono che annunziare, in forme e modi diversi, con coraggio e umiltà,  la bella notizia di Gesù.     La responsabilità di comunicare, di educare e di vivere la fede va alimentata assicurando ai credenti e alle comunità etniche la possibilità di riunirsi per celebrare la fede, per ascoltare la Parola e per vivere in comunità.      La testimonianza cristiana, infine, suggerisce un’attenzione alla persona del migrante che va al di là del semplice minimo comune denominatore di una società giusta.    
Lo Spirito
rinnova e provoca
la Chiesa
alla  fraternità
al     dialogo
all’   annuncio
alla  cura pastorale
 

solidarietà fino alla fraternità pluralismo fino alla cattolicità integrazione fino alla comunione
 Piste di lavoro possibili per una pastorale dell’accoglienza nel territorio     La prima pista di lavoro potrebbe essere la conoscenza della situazione immigrata nel proprio paese: non solo immigrati né solo lavoratori ma uomini e donne tra noi.   Il fenomeno migratorio è in progress e porta nel territorio, cattolico da secoli, la diversità delle culture e delle confessioni e delle religioni: il tenersi aggiornati o farsi aiutare da esperti o dalla Pastorale dei Migranti è indispensabile per poter informare a nostra volta.    Una seconda impegno potrebbe valorizzare il protagonismo delle loro comunità in un quartiere senza utilizzare solo come folclore: occorre quindi dialogare e sostenere la loro diversità culturale per renderli co-protagonisti.  Per questo moltiplicare, diffondere ed approfondire le buone pratiche di come la Festa dei popoli o la partecipazione alle sagre parrocchiali, oppure nell’essere vicini ai lutti o alle gioie di famiglie… Osare il dialogo, per quanto piccolo esso sia, è sempre un seme di speranza.    Infine impegnarsi a far evolvere l’opinione pubblica su questo tema resta un grande compito per tutti, se si vuol costruire una società pacifica ed attenta al bene comune. Le paure, i disagi, le marginalizzazioni sono creati ad arte? Possono essere gestiti e composti?      Accogliere gli altri apre anche ad accogliere l’Altro.    Veramente il Signore ci mette alla prova con questo segno dei tempi, ci invita a rinnovarci, ci spinge ad osare il dialogo e ci muove ad annunciare il Vangelo con le parole e la vita nel cuore del mondo insieme.  


Torna ai contenuti